Seidenstrassen: il lungo viaggio sulle Vie della Seta

5 giugno 2020 – Seminario on line

Relatori: Lucio Caracciolo (direttore di Limes, Rivista italiana di geopolitica), Franco Cardini (storico, Università degli Studi di Firenze), Dario Fabbri (consigliere scientifico di Limes) e Giada Messetti (sinologa, giornalista di Rai Tre). Modera e introduce Liliana Mancino. VIDEO DELL’EVENTO

Alla fine del 19. secolo il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen, coniò il temine Seidenstrassen, Vie della seta, per descrivere le lunghissime tratte commerciali che dal II secolo a.C. e per oltre quindici secoli dettero vita, per la prima volta nella storia, ad un collegamento permanente tra la Cina e l’Europa; una prima, embrionale e riuscita, integrazione economica, tecnologica e culturale, tra civiltà radicalmente differenti – dalle tribù nomadi delle praterie eurasiatiche ai grandi imperi stanziali di Iran e Afghanistan – accomunate dalla comune vocazione al commercio. Attraverso questa rete di rotte mercantili, che tuttora disegna una sorta di “sistema nervoso centrale del mondo” (P. Frankopan, Le nuove vie della seta), venivano scambiate molte merci e materie prime – seta, spezie, porcellana, giada, metalli preziosi, manufatti in vetro e tanto altro ancora -, si condividevano prodotti sconosciuti e tecnologie innovative – carta, bussola, ecc.. -, si compenetravano società, culture e religioni estremamente diverse in una sorta di globalizzazione ante litteram.

Dopo alterne vicende la via della seta, nata per volere della dinastia Han (206 a.c.-220 d.C), conobbe l’ultimo periodo di splendore sotto l’impero fondato da Gengis Khan, grazie alla stabilità politica ed economica della Pax Mongola, testimoniata dai racconti di Marco Polo. Intorno al 1368, con il crollo della dinastia Yuan, le tratte euroasiatiche vennero progressivamente abbandonate mentre la Cina iniziò a chiudersi sempre più su se stessa. La scoperta delle nuove “Indie” da parte di Colombo spostò le rotte commerciali verso l’Atlantico che acquistò un’inedita centralità, stabile per tutto il 20. secolo. Sui mari si impose la supremazia e la pax britannica fino alla seconda guerra mondiale, quando è prevalsa l’incontrastata egemonia marittima statunitense, corollario della leadership mondiale assunta dopo il collasso dell’Unione Sovietica. L’impero americano, che ha manifestato i primi segni di un profondo malessere solo dopo la grande crisi finanziaria del 2008-2009, è oggi in evidente declino.

Nello stesso periodo Pechino ha portato avanti uno sviluppo accelerato e vertiginoso, fonte di trasformazione non solo per la Cina ma anche per il resto del mondo, e sta progressivamente spostando gli equilibri economici mondiali dall’Occidente all’Oriente. A fine 2013 Xi Jinping ha lanciato la Belt and Road Initiative (BRI), precedentemente nota come One Belt, One Road. Frutto della visione strategica cinese la BRI, altrimenti nota anche come Nuove vie della seta, mira ad una crescente connettività e collaborazione tra Asia, Europa, Africa e Oceania; la Cina si propone come motore dell’interconnessione dell’asse euroasiatico sia lungo la direttrice terrestre che, novità determinante, lungo le rotte marittime, attraverso le quali transita il maggior volume di merci. Nonostante il governo cinese continui a ribadire che le nuove vie della seta saranno improntate sulla cooperazione tra tutti gli attori globali, la crescente affermazione di Pechino sullo scacchiere internazionale genera inevitabilmente delle frizioni che si misurano oggi, prima di tutto, nel latente conflitto sui mari per arrivare al controllo degli stretti – colli di bottiglia o punti di strozzamento – irrinunciabili passaggi del traffico commerciale mondiale. Quale sarà l’esito di questa sfida è certo che riguarderà tutti, nessuno escluso, cambierà profondamente non solo il commercio globale ma il mondo come oggi lo conosciamo, e, con ogni probabilità, ridarà all’Asia il ruolo egemone che deteneva prima della rivoluzione industriale. Lungo le nuove vie della seta sta iniziando il secolo asiatico?